Intervista all’artista – Loredana Di Cianni
Loredana Di Cianni è una pittrice, una scrittrice e la fondatrice di un movimento. Il ViVismo, che ha creato lei stessa, è una filosofia della creazione radicata nell’ascolto interiore, nella fiducia nell’inconscio e nel coraggio di lasciare che la mano conduca dove l’occhio non può seguire. Quando ho incontrato per la prima volta le sue ViVe, quelle presenze femminili ipercolorate che esistono da qualche parte tra il sogno e la memoria, ho saputo che doveva far parte di Marea Gallery.
Loredana dipinge a occhi chiusi. È un metodo consapevole, un atto deliberato di abbandono che bypassa il controllo razionale e raggiunge qualcosa di più profondo: il neuronale, il retinico, l’onirico. Il risultato sono dipinti che cambiano a seconda di ciò che tu, come spettatore, porti con te. Ogni ViVa porta un’identità che è allo stesso tempo di Loredana e tua.
Questa conversazione si muove attraverso il suo mondo interiore, attraverso le origini del ViVismo, attraverso il rapporto tra pittura e scrittura, attraverso il colore come energia e attraverso ciò che significa creare a occhi chiusi. Leggendo queste pagine, incontri un’artista che ha scelto la fiducia, in se stessa, nel processo, nell’inaspettato.
Tamara Perusic, curatrice, Marea Gallery
Loredana, raccontaci un po’ di te: chi sei, da dove vieni e come è iniziato il tuo percorso come artista e scrittrice?
Sono Loredana Di Cianni, artista e scrittrice. Sono una persona che ha sempre sentito il bisogno di esprimersi attraverso immagini e parole, di dare forma a ciò che spesso non si riesce a spiegare razionalmente.
Il mio percorso artistico nasce da un ascolto profondo di me stessa, da quella parte interiore che osserva il mondo non soltanto attraverso gli occhi, ma anche attraverso le emozioni, le intuizioni e l’immaginazione. Dipingere e scrivere sono diventati due modi diversi, ma complementari, di esplorare questo spazio.
Non considero l’arte soltanto una forma di espressione: per me è un modo di conoscere, di scoprire e, talvolta, di lasciarmi sorprendere da ciò che emerge senza essere stato programmato. Nel tempo, questa ricerca ha dato vita al ViVismo e alle mie ViVe, presenze femminili che abitano i miei dipinti e che, in qualche modo, hanno trovato anche una voce attraverso la scrittura.

Hai fondato il movimento ViVismo. Cos’è il ViVismo e come è nato?
Il ViVismo nasce dall’esigenza di dare un nome a un modo di creare e di percepire la realtà che sentivo profondamente mio. La parola stessa richiama la vita, la vitalità, qualcosa che si muove e che continua a trasformarsi. Per me, il ViVismo è un approccio artistico nel quale mi affido a un processo creativo che non parte necessariamente dal controllo razionale, ma dall’ascolto interiore e dalla libertà del gesto.
È un invito a lasciare emergere ciò che vive dentro di noi, senza imporre subito una forma, un significato o una spiegazione. Le mie ViVe rappresentano questo principio: sono donne che si manifestano sulla tela con la loro energia, i loro colori e le loro espressioni. Non nascono per rispondere a un ideale estetico, ma per esistere, raccontarsi e comunicare.
Il ViVismo è anche una forma di fiducia: fiducia nell’intuizione, nell’imprevisto e nella possibilità che, lasciando spazio alla parte più profonda di noi, possa emergere qualcosa di autentico.
Dici che dipingi e scrivi a occhi chiusi, attraverso una sorta di processo neuronale, retinico, onirico, rettiliano. Puoi descriverci cosa succede davvero quando inizi a creare? Come si vive questa esperienza dall’interno?
Creare a occhi chiusi significa, per me, spostare l’attenzione da ciò che vedo all’esterno a ciò che sento dentro. Quando dipingo, cerco di sospendere il più possibile il giudizio razionale. Non parto necessariamente da un’immagine precisa da riprodurre: mi affido al gesto, al movimento della mano, alle sensazioni e a ciò che affiora durante il processo. È come entrare in uno spazio interiore nel quale pensiero, memoria, emozione e immaginazione possono incontrarsi senza dover seguire un ordine prestabilito.
Quando parlo di dimensione neuronale, retinica, onirica e rettiliana, cerco di descrivere proprio questa complessità: il dialogo tra percezione, memoria visiva, immagini del sogno e risposte più istintive, corporee e immediate. Non intendo necessariamente dare una spiegazione scientifica a ciò che accade, ma trovare parole per raccontare un’esperienza creativa che sento prima ancora di poterla analizzare.
È un atto di fiducia. Per qualche momento rinuncio alla necessità di sapere in anticipo dove arriverò. E proprio in questa rinuncia, paradossalmente, trovo una forma di libertà.
Le tue ViVe sono donne ipercolorate che ti appaiono e ti raccontano le loro storie. Chi sono? Arrivano dai sogni, dai ricordi, da qualcos’altro? Hai il controllo su di loro o sono loro a guidare te?
Le mie ViVe sono presenze femminili che prendono forma attraverso il processo creativo. Hanno volti, espressioni e colori che sembrano custodire qualcosa di più grande della semplice rappresentazione di una figura. Non saprei ricondurle a un’unica origine. In loro possono convivere frammenti di memoria, emozioni, immagini interiori, suggestioni oniriche e aspetti dell’esperienza umana che non sempre sappiamo riconoscere immediatamente. Non le considero ritratti di donne specifiche. Sono piuttosto individualità che, attraverso la pittura, acquistano una propria identità.
Il rapporto che ho con loro è particolare: io sono quella che dipinge, ma non sempre sono quella che decide tutto. C’è una parte del processo in cui mi lascio guidare da ciò che emerge, senza cercare di correggerlo per ricondurlo a un’immagine già stabilita. È come se tra me e la tela si instaurasse un dialogo. Io offro il gesto e il colore; l’immagine prende forma e, a sua volta, mi suggerisce qualcosa. Forse è proprio questo il fascino delle ViVe: non sono soltanto creature che dipingo, ma presenze attraverso le quali continuo a scoprire qualcosa di me e degli altri.

Lavori con gli acrilici e usi contorni decisi insieme a pennellate espressive. Come si è sviluppato questo linguaggio visivo? È stata una scelta consapevole o è emerso da solo?
Il mio linguaggio visivo si è sviluppato attraverso il gesto, la sperimentazione e la libertà di lasciare che il colore trovasse il proprio spazio. Gli acrilici mi permettono di lavorare con immediatezza, di sovrapporre tonalità, creare contrasti e seguire il ritmo della composizione. Il colore non è soltanto uno strumento per descrivere una figura: è una presenza che contribuisce a definirne il carattere e l’energia. I contorni decisi danno alle ViVe una loro riconoscibilità, mentre le pennellate più libere conservano la spontaneità del processo. Mi interessa questa convivenza tra definizione e istinto, tra ciò che appare netto e ciò che rimane aperto all’interpretazione.
Non credo che ogni elemento del mio linguaggio sia nato da una decisione consapevole. Alcune caratteristiche si sono manifestate nel tempo, attraverso la pratica, fino a diventare parte della mia identità artistica. È stato un percorso nel quale ho imparato a riconoscere il mio modo di esprimermi, senza sentire la necessità di ricondurlo a regole prestabilite.
Il colore ha un ruolo dominante nei tuoi dipinti: rossi vivaci, blu elettrici, viola profondi. Come scegli i colori quando dipingi a occhi chiusi?
Il colore, per me, è una forma di energia e di comunicazione. Prima ancora di essere qualcosa che osserviamo, può essere qualcosa che sentiamo. Quando dipingo a occhi chiusi, il colore non nasce necessariamente da una scelta visiva razionale. Mi affido al gesto, alla memoria dei colori e alle sensazioni che mi portano verso una determinata tonalità. Naturalmente, lavorare con gli occhi chiusi non significa che il risultato finale sia estraneo alla dimensione visiva: il mio rapporto con il colore si è formato anche attraverso l’esperienza, la conoscenza dei materiali e la sensibilità maturata nel tempo.
Il rosso può suggerire vitalità, passione o intensità; il blu può aprire uno spazio più profondo e misterioso; il viola può evocare una dimensione sospesa, quasi onirica. Ma non amo attribuire ai colori un significato rigido, valido per ogni opera. Ogni colore cambia in relazione a quelli che gli stanno accanto, alla figura che accompagna e all’emozione che l’insieme riesce a trasmettere. Nelle mie ViVe, il colore non serve soltanto a rendere una donna riconoscibile: contribuisce a raccontare la sua presenza.
Alcune tue opere portano titoli italiani o greci, e uno dei tuoi dipinti si chiama Marea, che è anche il nome di questa galleria e del tuo ultimo romanzo. Quanto sono intrecciati per te la pittura e la scrittura?
Per me, pittura e scrittura sono due linguaggi che nascono da una stessa necessità: dare forma a ciò che si muove dentro di noi. La pittura può raccontare senza spiegare, mentre la scrittura può accompagnare il lettore dentro una storia, attraverso le parole, i pensieri e le emozioni dei personaggi. In entrambe, però, mi interessa ciò che non è immediatamente visibile.
Il titolo Marea mi suggerisce un movimento continuo, qualcosa che arriva, si ritira e ritorna trasformato. È un’immagine che sento vicina al mio universo creativo, perché anche l’ispirazione ha un ritmo che non sempre possiamo controllare. Ci sono momenti in cui le immagini sembrano precedere le parole e altri in cui una parola apre uno spazio visivo. Non credo che uno dei due linguaggi debba necessariamente spiegare l’altro: preferisco che possano dialogare mantenendo ciascuno la propria autonomia.
Il fatto che Marea sia anche il nome di questa galleria rende questo incontro particolarmente significativo. È come se un titolo potesse attraversare forme artistiche diverse e continuare a generare nuove associazioni. In fondo, sia quando dipingo sia quando scrivo, cerco di avvicinarmi a qualcosa che non conosco ancora del tutto. È questo che mantiene viva la ricerca.

Hai esposto a livello nazionale e internazionale. Come ti senti quando vedi le tue ViVe sulle pareti di una galleria, e come reagisce il pubblico quando scopre come nascono?
Vedere le mie ViVe esposte in una galleria significa assistere a un passaggio importante: qualcosa che è nato in uno spazio intimo e personale diventa improvvisamente parte di uno spazio condiviso. Durante la creazione, il rapporto con l’opera è molto diretto. Ci sono io, la tela, il gesto e tutto ciò che accade in quel momento. Quando il dipinto viene esposto, invece, comincia una nuova fase: l’opera incontra persone che la osservano attraverso la propria sensibilità e la propria storia. È questo uno degli aspetti più interessanti dell’arte. Un dipinto può nascere da un’esperienza profondamente personale e arrivare a suscitare emozioni molto diverse in chi lo guarda.
Quando racconto che dipingo a occhi chiusi, la curiosità spesso si sposta dal risultato al processo. Le persone vogliono capire come possa emergere un’immagine così riconoscibile attraverso un gesto che rinuncia al controllo visivo diretto. Per me è importante raccontare questa modalità di lavoro, ma non vorrei che diventasse l’unico elemento attraverso cui leggere le opere. Il processo è parte della mia ricerca; il dipinto, una volta terminato, deve poter vivere anche indipendentemente dalla spiegazione della sua origine. Mi piace pensare che ogni persona possa incontrare una ViVa e riconoscervi qualcosa di diverso, magari qualcosa che non sapeva di portare dentro di sé.
Cosa ti dà la pittura che nient’altro può darti?
La pittura mi permette di entrare in contatto con una parte di me che non sempre riesco a raggiungere attraverso le parole. Ci sono emozioni che, quando proviamo a spiegarle, sembrano perdere qualcosa della loro complessità. Il colore, il gesto e la forma possono invece lasciarle esistere senza costringerle dentro una definizione. Dipingerle significa anche accettare di non avere sempre tutte le risposte. Posso iniziare un’opera senza sapere esattamente dove mi porterà e scoprire, alla fine, qualcosa che non avrei potuto progettare.
La pittura mi offre uno spazio di libertà, ma anche di ascolto. Mi insegna a rispettare i tempi del processo, ad accogliere l’imprevisto e a non considerare ogni deviazione un errore. Forse ciò che mi dà, più di ogni altra cosa, è la possibilità di trasformare qualcosa di invisibile in una presenza concreta, capace di essere condivisa con gli altri.
Raccontaci la nascita di un dipinto: dal momento in cui ti appare una ViVa fino all’opera finita.
La nascita di un dipinto è un processo che non segue sempre uno schema preciso, ed è proprio questo a renderlo interessante. Tutto comincia con la preparazione della tela e dei colori. Entro gradualmente nel mio spazio creativo e mi dispongo ad ascoltare ciò che emerge, senza stabilire necessariamente in anticipo quale figura dovrà apparire. Dipingo a occhi chiusi, affidandomi al gesto e alla memoria del movimento. La mano si muove, il colore incontra la superficie e, attraverso questa successione di gesti, comincia a delinearsi qualcosa.
Non sempre so immediatamente quale sarà il risultato. A volte una figura sembra emergere con naturalezza; altre volte l’immagine prende forma attraverso un processo più articolato. La ViVa nasce così, dall’incontro tra intenzione e imprevisto, tra ciò che porto dentro e ciò che si manifesta sulla tela. Quando il dipinto è terminato, arriva il momento di confrontarmi con l’opera nella sua dimensione visiva. È un passaggio diverso da quello della creazione: significa osservare ciò che è emerso, riconoscerne la presenza e comprendere quando il lavoro può dirsi concluso. Poi arriva il titolo, quando non è già apparso durante il processo. Per me, dare un nome a un’opera significa aprire un’altra porta, suggerire una direzione senza necessariamente esaurirne il significato. Ogni ViVa è un incontro. E, come accade negli incontri più importanti, non tutto può essere previsto prima.

Cosa speri che provi qualcuno quando si trova davanti a una tua opera?
Non desidero imporre un’emozione a chi guarda un mio dipinto. Mi piacerebbe, piuttosto, che ogni persona si sentisse libera di viverlo a modo proprio. Qualcuno potrebbe essere attratto dai colori, qualcuno dall’espressione di una ViVa, qualcun altro potrebbe provare un senso di familiarità o, al contrario, di mistero. Mi interessa che l’opera generi una relazione, che non rimanga soltanto qualcosa da osservare, ma diventi un’occasione per sentire, ricordare, immaginare.
Vorrei che chi si trova davanti a una mia ViVa potesse concedersi qualche istante senza cercare immediatamente una spiegazione. A volte siamo così abituati a voler capire tutto che dimentichiamo la possibilità di lasciarci semplicemente attraversare da un’emozione. Se un mio dipinto riesce ad accendere una domanda, a risvegliare un ricordo o a far sentire qualcuno meno solo nella propria complessità, allora credo che sia accaduto qualcosa di significativo. Non cerco una sola interpretazione. Mi piace pensare che ogni persona possa incontrare, nella stessa opera, una storia diversa.
Cosa ti ha insegnato l’essere un’artista su te stessa, qualcosa che nient’altro avrebbe potuto insegnarti?
Essere un’artista mi ha insegnato ad ascoltarmi e ad accettare che non tutto debba essere immediatamente comprensibile. Ho imparato che non sempre è necessario sapere dove si sta andando per poter iniziare un percorso. A volte bisogna avere il coraggio di fare il primo gesto, di lasciare spazio all’incertezza e di fidarsi di ciò che ancora non si conosce. Dipingere a occhi chiusi, per me, è anche una metafora di questo atteggiamento: non significa smettere di vedere, ma provare a guardare in un altro modo. Significa allontanarsi, almeno per un momento, dalle aspettative e dal bisogno di controllare ogni risultato.
L’arte mi ha insegnato anche ad accogliere le mie contraddizioni, a non pretendere di essere sempre la stessa persona e a riconoscere che possiamo trasformarci continuamente. Le mie ViVe mi ricordano che dentro ciascuno di noi esistono molte voci, molte sfumature, molte possibilità di essere. Se dovessi riassumere ciò che ho imparato, direi che creare significa avere il coraggio di incontrare ciò che ancora non conosciamo di noi stessi. E forse è proprio questo il senso più profondo del mio percorso: continuare a cercare, senza smettere di sorprendermi.

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